Azienda Agricola e Agriturismo I Tre Casali

Domenica, 28 Ottobre 2012 01:01

L'eremo di Poggio Conte

COSA SAPERE

Nel territorio del comune di Ischia di Castro, a ridosso del confine tra Lazio e Toscana, non lontano dal Ponte S.Pietro, nelle boscose colline sotto le quali serpeggia silenzioso il fiume Fiora si apre in località Poggio Conte una gola vulcanica sommersa da fitta vegetazione, dove una cascata scroscia da una quindicina di metri e cade diritta sopra una grande pietra vulcanica nera a forma piramidale, formando, nelle stagioni più piovose, un piccolo laghetto. Su questo scenario suggestivo si affaccia da un'alta parete di tufo una singolare apertura a forma di serratura: è l'ingresso del c.d eremo di San Colombano, una piccola chiesetta rupestre risalente al XIII secolo, che fu abitata da monaci cistercensi e forse da cavalieri templari. Si raggiunge attraverso scalette e impalcature in legno cui bisogna prestare un po' di attenzione. Di pregevole fattura sono l'architettura gotica e le decorazioni del suo interno: le 12 nicchie, il piccolo altare in posizione centrale, la volta a crociera, affreschi inusuali con motivi floreali e con simboli fallici, l'incisione di un triangolo rovesciato (vedi foto nella gallery). Nell'anfiteatro naturale su cui si affaccia l'eremo insistono poi altre nicchie e grotticelle. Un luogo straordinario e unico, permeato di ancestrale misticismo, ma poco conosciuto e semi-abbandonato, oltre che poco segnalato e quindi difficile da raggiungere.

COSA IMMAGINARE

Il sito fu frequentato dagli uomini sin dall'antichità, sicuramente dai tempi degli etruschi, forse da ancora prima. L'eremo cristiano fu quindi scolpito e ricavato da una grotta già sacra per le culture precedenti. E' probabile che in un luogo così particolare e mistico 3000 anni fa si praticassero rituali legati al culto delle acque  e a ciò che anticamente esse simboleggiavano, ovvero la fertilità, la rinascita, la purificazione, la guarigione. Inoltre si tenga presente l'antica “geografia“ di questi luoghi: Poggio Conte infatti, seppure sia nascosto in una fitta vegetazione e al centro di una vasta area attualmente incontaminata, è prospiciente il fiume Fiora, importante via di comunicazione dell'antica Etruria meridionale, ed è piuttosto vicino ai siti di Poggio BucoCastro e Vulci, importanti centri al tempo degli etruschi, oltre che ad alcuni abitati del Bronzo finale nati lungo il Fiora, come Pianizza, o poco più lontano, come l'abitato di Sorgenti della Nova. E' quindi ipotizzabile che fosse meta di numerose visite e pellegrinaggi, anche perchè in una zona di passaggio.

COME ARRIVARE

Dalla SP Farnese-Manciano presso la località Ponte S.Pietro si imbocca la strada sulla sinistra idrografica del Fiora in direzione Canino. Dopo circa un km la strada oltrepassa l'Olpeta, affluente del Fiora, e sale per circa 700 m fino ad un ampia curva a sinistra in salita; in corrispondenza della curva, sulla destra, c'è un piccolo spiazzale sterrato ove si può lasciare la macchina. Da qui si prosegue a piedi scendendo verso il fiume Fiora percorrendo una strada sterrata; al bivio che si presenta dopo poche decine di metri si segue la strada di destra. Si arriva così al fiume, che si costeggia verso sinistra, ovvero seguendo il suo corso, attraverso un grande campo immerso in un dolce paesaggio incontaminato. Ci si avvicina così a una grande parete di tufo. Quando il campo che costeggia il fiume si riduce e si insinua sempre più stretto tra quest'ultimo e la boscaglia della collina, comincia un evidente e riconoscibile sentiero fatto di ponticelli e passerelle in legno, percorrendo il quale si arriva ben presto nella gola di Poggio Conte.

Tempo di percorrenza dalla macchina alla destinazione: 50 minuti di percorso agevole.

Nella Galleria Immagini gli scatti della passeggiata lungo il Fiora e della visita a Poggio Conte.

Pubblicato in Il Territorio
Lunedì, 01 Ottobre 2012 21:58

Le sirene di Sovana

A prima vista possono sembrare alquanto strani i bassorilievi che decorano l'antica arcata del portale del Duomo di Sovana: teste leonine, due pavoni che bevono alla fonte della vita, un cavaliere che brandisce la spada e lo scudo, fiori della vita d'ispirazione longobarda, e soprattutto in basso a sinistra una sirena che con le mani tiene aperte le sue due code e mostra così l'interno del suo ventre. Ognuna di queste figure ha chiaramente una sua precisa simbologia, ma originando da culture e tradizioni apparentemente lontanissime tra di loro. In effetti è tutto il duomo a custodire in sé una misteriosa sequenza di simbolismi e sovrapposizioni di epoche e culture diverse, una matassa tanto difficile da districare quanto generosa nel far fantasticare: sorge al culmine del pianoro tufaceo di Sovana nei pressi dei resti di un abitato del bronzo finale che gli scavi hanno riportato recentemente alla luce, nel luogo dove poi sorse l'antica acropoli dell'abitato etrusco, tanto che fu edificato esattamente sopra un antico luogo di culto etrusco, cui poi si sovrappose una prima chiesa cristiana dell'VIII secolo (di cui era parte la particolarissima cripta voltata in pietra tufacea tuttora parte del duomo); il suo orientamento poi non è quello “classico” est-ovest, ma - e qui molto probabilmente c'è lo zampino dei cavalieri templari - è orientato verso l'alba del solstizio d'estate (verso nord-est), tanto che la mattina del 21 giugno un raggio di sole entra dalla fenditura dietro l'altare e taglia in due la navata centrale del duomo; sulle pareti interne della chiesa poi si ritrovano altri simboli pagani, come un serpente a bocca aperta e con la coda all'insù, teste di toro e di vitelli, motivi geometrici esoterici...E il tutto è introdotto da quella sirena che mostra l'utero sulla sinistra del portale...Ma perchè un'immagine del genere all'ingresso di un luogo di culto cristiano? Per tentare di capirlo proseguiamo oltre..

Un'altra mitica figura femminile e pisciforme connota la più nota delle tombe a dado della necropoli di Sopra Ripa (fine III sec. ac./ II sec.): è la Tomba della Sirena. Si tratta di una tomba a edicola ricavata su un costone tufaceo e composta da una nicchia che sorregge un frontone su cui è scolpita una sirena con una duplice coda pisciforme. La tomba apparteneva a tale Vel Nulina (figlio di Vel), tale infatti è la scritta che appare al centro della nicchia: il defunto è rappresentato a banchettare sul triclinio, e ai suoi lati vegliano due demoni alati, custodi dell'aldilà. La “sirena” domina la scena dall'alto, e sembra afferrare la vela di un vascello affondato, probabilmente alludendo al naufragio, che simboleggiava il passaggio all'aldilà. L'epoca a cui risale la tomba ricade nel pieno della c.d. età ellenistica della cultura etrusca, e quindi anche per questo molti autori, e con essi la tradizione popolare, hanno identificato tale demone femminile con Scilla, mostro marino mitico di derivazione ellenica ma poi ampiamente diffusosi in Etruria proprio  per la forte contaminazione culturale seguita ai fiorenti traffici commerciali tra il mondo etrusco e quello greco.

Chi visita Sovana poi si può imbattere ancora in un'altra sirena, ovvero nella splendida figura scolpita nel tufo appartenente al complesso denominato “Tomba dei demoni alati”: la tomba, della seconda metà del III sec. a.c. e quindi contemporanea o di poco più antica della Tomba della Sirena, fu scoperta nel 2004 nell'area della necropoli di Poggio Felceto, non lontano dalla più nota Tomba Ildebranda, all'interno del Parco Archeologico di Sovana. Anche in questo caso si tratta di una tomba a edicola ricavata nel tufo e, nonostante sia crollata, i resti ritrovati permettono la sua fedele ricostruzione, e così è giunto fino a noi il frontone da cui emerge un rilievo di straordinaria fattura e in buono stato di conservazione, raffigurante un demone marino con due code pisciformi e con grandi ali. Come nel caso della Tomba della Sirena, anche qui si è teso ad identificare la figura femminile con Scilla, e d'altronde da queste parti l'identificazione tra le numerose figure femminili mezze umane e mezze pisciformi con la figura mitologica di origine ellenica è piuttosto ricorrente, tanto che a Sovana un ristorante e un albergo la evocano nel loro nome.

Tuttavia l'”omologazione” di queste espressioni etrusche con una figura di diversa estrazione culturale potrebbe non rappresentare la migliore loro interpretazione, così come la stessa definizione di “sirene” potrebbe essere inappropriata, in quanto le sirene d.o.c. - quelle omeriche - erano per metà donne e per metà uccelli. Per esempio si è sostenuto che nelle due tombe qui menzionate, le pseudo-sirene, più che figure mostruose e spaventose che poco senso avrebbero nell'economia del simbolismo funebre, potrebbero più che altro avere un ruolo di guida per le anime appena trapassate e all'inizio del loro percorso ultraterreno, e quindi in definitiva potrebbero rappresentare non tanto Scilla o sirene, quanto piuttosto divinità femminili autoctone di questo angolo di Etruria, dove peraltro è noto fiorì per millenni un importante culto per la dea Madre, simbolo della Terra e della fertilità, che era venerata in luoghi sacri scavati nel tufo dove molto spesso le pratiche cultuali vedevano protagonista l'acqua, simbolo per eccellenza della fecondità.

A proposito del significato ancestrale dell'elemento acqua nelle antiche rappresentazioni sacre, la professoressa olandese Selma Sevenhuijsen nei suoi studi ha fatto notare come la coda di pesce della sirena metta ancor più in relazione la figura femminile con la terra, le acque e in definitiva con la fertilità e la nascita della vita (mentre le ali laddove presenti simboleggerebbero il riferimento al mondo celeste e all'aldilà) e quindi, secondo la Sevenhuijsen, la sirena a due code avrebbe un significato archetipico, ovvero rappresenterebbe colei che da e toglie la vita, e sarebbe quindi l’emblema della dea padrona del ciclo vitale, dalla nascita alla morte e fino alla rinascita. In una tale ottica si spiega finalmente con chiarezza la frequenza con cui in Etruria, nei monumenti funebri etruschi così come all'ingresso di luoghi di culto cristiani, si ritrovano così spesso sirene a due code (oltre a quelle di Sovana ce ne sono anche a Pienza, Chiusi, Perugia, Volterra, Tarquinia).

Ed ecco allora che quella sirena bicaudata che mostra l'utero sul portale del duomo di Sovana, rappresentando la sacralità della vita e della sua rigenerazione, seppure secondo i canoni di una cultura più antica, fu forse messa lì a rappresentare per le popolazioni locali, in una fase di transizione religioso-culturale, un simbolo riconoscibile da porre all'ingresso del luogo sacro preposto al contatto con la sfera celeste e dell'aldilà. Ma questo indirettamente significherebbe anche che ancora nell'alto medioevo sopravvivevano tali forme di culto arcaiche, legate alla venerazione della Grande Madre, la generatrice della vita, e delle “lase”, divinità etrusche, femminili e alate, nude e paragonabili alle nostre fate e ai nostri angeli. La sopravvivenza in questa parte di Maremma del culto della Dea Madre ben oltre i limiti temporali convenzionali del mondo villanoviano prima ed etrusco poi è un'ipotesi estremamente affascinante, e su di essa peraltro si innestano facilmente ulteriori considerazioni sulla persistenza in quest'area di culti di divinità femminili attraverso diverse epoche e culture, come per esempio le evidenze che stanno portando finalmente a localizzare il Fanum Voltumnae nei pressi del Lago di Bolsena, dove poi sin dall'alto medioevo si diffuse il culto, tuttora sentitissimo, per un'altra donna, Santa Cristina.

Le “sirene” di Sovana insomma, una volta liberate dagli schemi in cui l'ortodossia le ha sempre imprigionate, potrebbero rappresentare una prova importante del legame fortissimo che sin dalla notte dei tempi gli uomini che hanno abitato questo angolo magico di Maremma hanno sentito nei confronti della Madre Terra, la Dea Madre che regola i cicli vitali degli esseri umani e delle coltivazioni.

Pubblicato in Il Territorio

Convenzioni

A breve saranno attive convenzioni con altre strutture

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